A proposito di Oscar

Eccoci qui, domenica 2 Marzo, nella notte più importante della storia del cinema: la Notte degli Oscar. Una notte dove regna incontrastato il glamour delle star della città dei sogni, Hollywood e dove ogni attore, regista, sceneggiatore, scenografo e altri addetti ai lavori della Settima Arte sanno che, se il loro nome è preceduto dalle paroline magiche “And the Oscar goes to...”, sono entrati in pompa magna nella Leggenda, tra i Grandi del Cinema. Quest'anno al Dolby Theatre di Los Angeles la concorrenza era agguerrita, con molti film in gara di un certo spessore e qualità, ma invece che accontentare un po' tutti, suddividendo il montepremi in tanti rivoli, non ci sono state grandi sorprese e sono stati rispettati i rumors. I temi vincenti sono stati l'innovazione del futuro, il fardello di un passato scomodo, grandi prove attoriali (non tutte però apprezzate quanto meritavano)...e una Grande Bellezza.
Alla premiazione, la parte del leone l'ha fatta il fantascientifico Gravity, che si porta a casa tutti i premi tecnici (Miglior Fotografia, Miglior Colonna Sonora, Miglior Montaggio, Miglior Sonoro, Miglior Montaggio Sonoro e Migliori Effetti Speciali) insieme alla prestigiosa statuetta della Miglior Regia vinta dal bravo Alfonso Cuaròn. Un film che ha stregato l'Academy (e anche me) per la visualizzazione dell'infinito (NON VEDETELO IN DVD) per il suo mix di grande kolossal e filosofia spicciola e, soprattutto, per il grande lavoro svolto dal regista e dalla troupe per realizzare un film rifiutato da molte major perché impossibile da girare. E invece Cuaròn ci riesce piuttosto bene, illustrando anzi l'attore 2.0 del domani, tra Actors Studio e tecnologia, con più bit e zero celluloide, e anticipando l'idea della regia robotica: un pioniere tra pionieri come Georges Méliès e George Lucas. Se quindi Gravity è il futuro, allora 12 anni schiavo è il passato scomodo. Il film dalle forti emozioni dell'inglese Steve McQueen tratta una delle pagine più buie dell'America e del mondo (il senso di colpa deve essere globale), raccontando la vera storia di Solomon Northup, un violinista nero sposato e padre che purtroppo viene rapito da due impresari e rivenduto come schiavo. Per 12 lunghi anni sopravvive ai peggiori maltrattamenti fra piantagioni e padroni bigotti e violenti. Tema importante, impianto classico e grandi interpretazioni: con questi tre assi nella manica non poteva deludere e infatti conquista il premio più ambito, l'Oscar al Miglior Film, insieme alla Miglior Sceneggiatura Non Originale e alla Miglior Attrice Non Protagonista, assegnato alla sorprendente Lupita Nyong'o, vera rivelazione di questi Oscar. Un ottimo esempio di cinema d'impegno: specchio implacabile degli scheletri dell'armadio dell'opulento Occidente. Altri Oscar: la stupenda Cate Blanchett, bravissima nell'interpretare una donna sull'orlo di una crisi di nervi in Blue Jasmine diretto dal geniale Woody Allen, e il fantastico duo dell'impegnato Dallas Buyers Club Matthew McCounaghey-Jared Leto, calati perfettamente, nel fisico soprattutto (impressionante la magrezza di McCounaghey) nei ruoli di due “diversi” della società degli anni '80 che lottano contro tutto e tutti per salvare la vita di molti, infrangendo anche molte regole, dal letale virus dell'Hiv, l'Aids. Purtroppo però come avevamo già anticipato molti film plurinominati sono rimasti a bocca asciutta, come lo struggente Nebraska di Alexander Payne, il superfavorito American Hustle di David O. Russel e, soprattutto, il “cazzuto” (è proprio il caso di dirlo) The Wolf of Wall Street del grande Martin Scorsese ( ma perché DiCaprio non vince mai? Solo perchè ha fatto il mieloso Titanic?). Ci dispiace per loro, ma noi italiani avevamo altro a cui pensare...Ladies and gentleman, the Oscar goes to...The Great Beauty! L'Oscar per il Miglior Film Straniero, interrompe un digiuno di ben 15 anni (l'ultimo a vincerlo è stato La vita è bella di Roberto Benigni) . Finalmente qualcuno ha ascoltato le mie preghiere (vedere lo speciale Due Tre cose su Oscar per credere) e sono proprio contento che a vincere sia stato il vulcanico regista napoletano Paolo Sorrentino, che unisce il cinema colto e citazionista al nazionalpopolare. Nel suo discorso infatti cita Fellini, Scorsese, i Talking Heads e Diego Armando Maradona. Lo sguardo cinico e romantico del sempre più disilluso Jep Gambardella (che conferma ancora una volta la bravura di Toni Servillo) su una Roma decadente e adagiata sull'opulento nulla ha conquistato il mondo intero, partendo dalla standing ovation al festival di Cannes, facendo man bassa agli European Film Awards (Miglior Film, Regia, Attore e Montaggio) e trionfando al Golden Globe e ai BAFTA, gli Oscar britannici; e si sono appassionati a quest'opera gente del calibro di Cate Blanchett, i fratelli Coen, Tom Hanks, perfino il perfido Loki di The Avengers Tom Hiddleston, Bono degli U2 e lo stesso Scorsese. Film ricco di significati nascosti, è un susseguirsi di immagini potenti e suggestive (sbalorditivo il party in terrazza a suon di Raffaella Carrà) e di ritratti malinconici e spietati sugli intellettuali radical chic, gli artisti stravaganti, sui Vip in cerca dell'eterna bellezza con il botox: tutto ciò e molto di più presentato da quest'uomo, Jep, che voleva conquistare l'Urbe ma alla fine si è fatto conquistare dalla Città Eterna, diventando il re dei mondani impegnati ad esorcizzare l'horror vacui. Ma in tutto questo squallore moderno così italiano e così globale la ricerca della grande bellezza deve ricominciare... certo l'Occidente nel suo nome ha l'idea del tramonto. Ma quando si vince è bene non pensarci.

 Giuseppe “Peppe” Mauro
(per gentile concessione di "Intervalla insania")

 

 

Lunedì, 17 Marzo, 2014 - 00:02