La vita (svuotata) di Adele

Tanto scalpore hanno suscitato le scene di sesso saffico esplicito contenute nel film che ha trionfato all’ultimo festival di Cannes, 'La vita di Adele', opera modello “pugno in faccia” del regista tunisino  Abdellatif Kechiche. In realtà, se si va oltre lo stantio perbenismo tutto italiano, ci si accorge che queste sequenze sono forse la cosa più scontata che ci comunica questo film, e cioè che due persone giovani e innamorate fanno l’amore spesso e volentieri. E sai che novità!
Ciò che è veramente suggestivo in quest’opera, e che purtroppo passa in secondo piano, sono molti elementi: alcuni dialoghi assolutamente da non perdere (su tutti quello sull’esistenzialismo targato Sartre e quello sul “vizio intrinseco dell’acqua”), le molteplici escursioni nell’arte pittorica soprattutto l’intima ricerca del sé più profondo di questa ragazza-donna, in un arco temporale che va dai suoi 17 ai suoi 25 anni, su ciò che vuole e soprattutto ciò che è.
In quasi tre ore di film vediamo la sua vita prima riempirsi e poi piano piano svuotarsi là dove si rende conto di aver avuto esattamente ciò che voleva e di averlo tradito e perso. Il suo dolore nell’avere il perdono, ma non il ritorno dell’amata Emma.
Al contrario di ciò che si può superficialmente pensare non è un film sull’amore omosessuale, e nemmeno sull’amore e basta. È la vita, tutta, di lei. E se, apparentemente,  si parla quasi soltanto d’amore, è perché la sua esistenza svuotata e denudata di ogni orpello, è fatta solo di quello. E una volta che l’ha perso non resta niente. Lei è un robot che va a lavoro, mangia, fuma e piange. Lei ha amato con viscere ed intelletto, e quando la comprensione della perdita è ormai totale, la vediamo camminare via, verso casa, ma verso il nulla, poiché niente è rimasto.
La sceneggiatura, sapientemente, utilizza un rasoio per tirar via tutto ciò che è nella sua vita, ma non fa la sua vita. Vediamo scomparire il suo primo ragazzo con una lacrima mesta e silenziosa, le sue amiche intolleranti con un vaffanculo, i suoi genitori con un’espressione interrogativa sul volto. Tutti personaggi che le attraversano il cammino, ma che scompaiono senza troppe spiegazioni, perché il fulcro è Emma, ragazza dai capelli blu che le ha risucchiato palpitazioni e pensieri, e che la lascia col cuore fermo e la mente vuota.
Si va via dal cinema con due pensieri opposti: la speranza di non soffrire mai così tanto, ma anche la speranza di poter vivere la felicità di un amore così intenso.
Se la passione va vissuta tutta, Adele l’ha fatto e, forse, le carezze precedenti valgono molto più del bruciore della ferita. Questo forse rimarrà tale però, poichè la sua lenta camminata verso il nulla non ci dà risposte conclusive, esattamente come non le dà la vita di nessuno che è in continua evoluzione. Buona visione. Del film. Buona vita. La vostra.

 

Lunedì, 11 Novembre, 2013 - 01:05