C’è un limite oltre cui non ci si può spingere?

Nichi Vendola, un esempio tra tanti, è diventato padre o madre. Ha affittato una donna, secondo un tariffario californiano prestabilito e le ha fatto procreare il piccolo T.A. (con tutela della privacy del bimbo). Non credo che abbia scelto particolari optional, come per le auto (aria condizionata, navigatore satellitare, sensori di parcheggio), voglio presumere che si sia accontentato della dotazione standard della donna, buone condizioni di salute, assenza di malattie geneticamente trasmissibili.   Tutto si sarà svolto nel rispetto delle sue regole etiche e delle comuni leggi di mercato sull’utero in affitto.
La madre biologica, inseminata artificialmente con gli spermatozoi di uno sconosciuto, ha contribuito a generare questo “dono d’amore” dando corpo al diritto di due uomini ad avere un figlio.
T.A. (il figlio) è quindi il frutto del desiderio, della passione e del rispetto massimo, non già della donna in quanto Madre, ma della donna in quanto animale procreatore, dove la monta in campo aperto è sostituita da una provetta in laboratorio.
Mentre scrivo mi vengono in mente i versi di Alda Merini  tratti dalla sua “Mistica d’amore” (Frassinelli - pag. 132)
“Non prendete mio figlio gente, non rapitemi il cuore, non è un bosco, non è un abete, è soltanto una rosa tenera. Non toccategli il cuore: io sono la madre, per nove mesi io l’ho costruito e amato. Non straziatemi il grembo. Torrenti di uomini soli, non fate che il vostro odio tocchi le sue laudi così alte. Donne non portatemi sotto la croce, lasciatemi qui in un groviglio di lacrime,  lasciatemi in un deserto. Mio figlio occupava tutti i deserti del mondo, senza di lui non ci sarà più niente. Mio figlio era l’intera popolazione, mio figlio erano tutti gli ebrei
In questi versi, così Maria parlava di suo figlio, lungo la via della passione.
In questi versi c’è il disegno universale del dono d’amore ed il segno universale del rispetto della donna, del suo procreato, l’esempio della virtù che l’uomo deve incarnare.
Nichi Vendola, li avrà letti? Ne avrà assunto la tenerezza, l’angoscia, la speranza, il messaggio?
Si, no, chissà. Forse gli bastano i suoi di versi, per trovare una risposta, per crearsi una bolla di verità. Eppure vorrei capirne di più e vorrei capire senza troppi giri di parole (le sue).
Perché una donna decide di vendere il proprio utero a terzi ignoti, e generare, e quindi sentire crescere e vivere un bambino in grembo e poi privarsi consapevolmente dell’abbraccio a quell’essere?
Perché un uomo che viva legittimamente la propria affettività, decide che il suo diritto alla paternità debba prescindere dalla sua impossibilità a procreare in una ordinaria relazione uomo - donna?
E’ un figlio “a tutti i costi” che “consacra” un amore, una relazione?
Chiedo al neo padre: c’è un limite oltre cui non ci si può spingere?
Può la sola “quotidianità dell’amore” che è dovuta ad un bambino, (e che non metto in dubbio egli sappia donare) essere culla, guida, esempio lungo l’aspra strada che porta ad essere uomo?
Affianco a questa strada fatta di possibilità e di scelte, di relazioni umane che meritano rispetto, ne corre un’altra, nella stessa ostinata direzione. Corre una strada di egoismo e presunzione, in cui si confonde la possibilità con il diritto, la volontà con il dovere.
Caro Nichi, affianco alla strada della tua maternità ne corre un’altra, in cui l’idea di un figlio s’è persa tra le mani di un uomo.

 

 

 

Lunedì, 29 Febbraio, 2016 - 00:06