Visitare una mostra significa talvolta andare oltre le singole opere e cercare di comprendere il pensiero che le tiene insieme. È quello che abbiamo provato a fare questa mattina, come Club per l’UNESCO di Galatina e della Grecìa Salentina, soffermandoci sul percorso artistico di Fortunato Tundo all’interno della mostra Oltre la forma, tra materia e colori, ospitata, fino al 26 agosto 2026 (visitabile dalle ore 9 alle ore 12:30 e dalle 16 alle 19:30) presso il Chiostro della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria.
Docente di Discipline Plastiche e Pittoriche presso il Liceo Artistico “Pietro Colonna” di Galatina, Tundo si esprime attraverso linguaggi e tecniche differenti, passando dalla pittura alla scultura fino a sperimentare soluzioni meno consuete. Tra le opere che accolgono il visitatore colpisce subito l’arazzo realizzato al telaio che raffigura Audrey Hepburn. Il volto, composto attraverso la trama del tessuto e un sapiente accostamento dei colori, conserva intatta l’eleganza dell’attrice e restituisce la grazia di una delle immagini femminili più riconoscibili del Novecento. Proseguendo nella visita si comprende però che la presenza femminile non rappresenta soltanto una scelta ricorrente nei soggetti dell’artista. Le donne di Tundo sembrano raccontare qualcosa di più. Sono immerse nella realtà, conoscono la solitudine, la sofferenza e talvolta la violenza, ma non rimangono prigioniere della loro condizione. Nei loro volti e nei loro corpi continua ad affiorare una forza che resiste e cerca una possibilità di rinascita.
Un’opera, più delle altre, ci è sembrata racchiudere questo pensiero. Una donna vista di spalle avanza tra le macerie di un edificio devastato. Intorno a lei ci sono pietre, muri feriti e colori spenti. Al centro della scena irrompe invece il rosso intenso e sontuoso del suo abito. La donna cammina e sale, lasciandosi alle spalle la distruzione. Non sappiamo da dove venga né quale sia la sua meta. Forse non è neppure importante saperlo. Quello che conta è il suo procedere. In un luogo nel quale tutto sembra parlare di ciò che è stato distrutto, quella figura continua a parlare di vita. Non cancella le macerie e non le nasconde. Semplicemente le attraversa. In quell’immagine abbiamo ritrovato uno dei messaggi più belli della mostra. Rinascere non significa dimenticare le ferite, ma trovare la forza di andare oltre.
La donna rappresentata da Tundo diventa allora qualcosa di più di una figura che sopravvive alla distruzione. Porta con sé una forza generatrice e sembra restituire vita persino allo spazio ferito che attraversa. Poi lo sguardo incontra cinque bambini. Qui cambia tutto. Scompare il colore, le immagini diventano essenziali e il bianco e nero lascia spazio quasi esclusivamente ai volti.
Sono soprattutto gli occhi a fermare il visitatore. Occhi che sembrano avere già visto troppo e nei quali si avverte un dolore che non dovrebbe appartenere all’infanzia. Non sappiamo quali guerre stiano vivendo quei bambini e non abbiamo bisogno di saperlo.
Possono essere i bambini dei tanti conflitti che attraversano il nostro presente, vittime di decisioni prese dagli adulti e di una violenza della quale non conoscono le ragioni, ma della quale subiscono ogni giorno le conseguenze. Difficile rimanere indifferenti davanti a quegli sguardi. Il passaggio dalle donne ai bambini non interrompe il racconto della mostra. Al contrario, sembra completarlo. In entrambi ritroviamo l’attenzione di Tundo verso la fragilità dell’essere umano, verso chi subisce la violenza e porta su di sé le ferite del proprio tempo. Eppure, anche quando racconta il dolore, il suo sguardo non sembra arrendersi alla rassegnazione. Materia, colore e figura diventano così strumenti attraverso i quali raccontare sentimenti ed esperienze che appartengono al nostro presente. Ci sono la bellezza e l’eleganza, la paura e la sofferenza, ma c’è soprattutto quella capacità tutta umana di continuare a cercare uno spazio per la vita anche quando intorno sembra prevalere la distruzione.
Siamo usciti dal Chiostro portando con noi alcune di queste immagini. È forse la ragione più semplice per cui, come Club per l’UNESCO di Galatina e della Grecìa Salentina, sentiamo di suggerire la visita alla mostra e, in particolare, di soffermarsi sulle opere di Fortunato Tundo.
Vale la pena farlo non soltanto per conoscere più da vicino l’attività di un artista della nostra città, ma perché alcune opere hanno la capacità di seguirci anche quando abbiamo smesso di guardarle. Forse è proprio lì che l’arte raggiunge uno dei suoi risultati più autentici: uscire da una mostra e qualcosa di ciò che abbiamo visto continua a camminare con noi.