Le giornate si accorciavano sempre più

Gli ultimi giorni di scuola erano sempre i più lunghi, a metà tra il tempo che non passava mai e il sole che cominciava a farsi sentire. Tutti improvvisamente un po' stanchi, un po' accaldati, un po' impegnati a recuperare qualche interrogazione o migliorare qualche voto in qualche materia ma sempre con una strana voglia addosso: smettere di studiare, almeno per quell'anno scolastico.
Nell'ultimo giorno poi si mischiava la felicità delle vacanze con quel po' di tristezza che dava non incontrarsi più al solito posto ogni mattina alle otto o nel confessare all'amica del cuore l'impreparazione alla lezione che da lì a breve sarebbe cominciata. Erano saluti, erano emozioni che si lasciavano là nel punto in cui ci si incontrava la mattina oppure tra i banchi di un'aula che restava vuota e impolverata per quasi tre mesi.
Erano promesse, erano baci, abbracci e qualche lacrima, insomma l'ultimo giorno di scuola conteneva tutto, felicità e tristezza. Non ci sarebbe stata più la fretta di alzarsi la mattina, di prepararsi, non più la paura di fare tardi di dover 'alzare il passo' mentre intanto cominciavamo a chiederci come avremmo trascorso le giornate.
Quel mese di giugno, finiva così con quel sole caldo che ci costringeva a cercare un po' di fresco, che ci faceva venire voglia di un “arcobaleno”, o di una gassosa fresca da dividere.
La città si svuotava, chi andava al mare, chi andava in campagna, insomma ci perdevamo di vista per un bel po'. Ed io, qualche giorno al mare, qualche giorno in campagna da mia nonna, qualche partita di pallone all'imbrunire e qualche gita organizzata dall'Oratorio dove vincevo quasi sempre la corsa nei sacchi. Poi quando tutti i giorni di vacanza erano già pieni, una sera qualunque ci fai caso e noti che alle sette e mezza è quasi buio, che le giornate si sono accorciate e che il sole picchia meno.
Tra un po' si dovrà ricominciare, bisogna riaprire i libri, cercare di recuperare i compiti per le vacanze rimandati sempre ad un domani che non arriva mai. Libri e quaderni, legati con l'elastico, erano rimasti lì, non ricordi neanche più dove, come lasciati nell'ultimo giorno di scuola.
Bisognava ricominciare, studiare, svegliarsi in orario, affrontare la paura dell'interrogazione e poi avere tanti compiti da fare, imparare qualche poesia che non ce la fai a ricordare, insomma si tornava alle solite cose.
Le giornate si accorciavano sempre più e la sera non dovevi dimenticare qualcosa di più pesante per non sentire l'arrivo del fresco. La città si riempiva di nuovo con tutti che tornavano dalla villeggiatura.
Tutto improvvisamente è già pronto, pantaloncini corti e maglietta a righe colorate nuova per il primo giorno di scuola, capelli tagliati e tutto in ordine. Si ricomincia ad incontrare vecchi e nuovi amici quasi tutti con lo sguardo un po preoccupato. Il primo giorno di scuola di solito eravamo accompagnati da un genitore quasi sempre più preoccupato di noi.
Qualche anno prima lasciavo la mano di mia madre per entrare a scuola sempre in lacrime, poi “ero diventato grande” e quella volta che ero diventato troppo grande per piangere, beh! quella volta pianse lei, pianse mia madre.