La scomparsa della baronessa Franca Comi e l'onda dei ricordi

Il 12 agosto 2026 è scomparsa la baronessa Franca Comi di Martano, consorte di Tommaso Abati, altra famiglia di notabili salentini.
Sono addoloratissimo per la notizia che uno dei generi, il carissimo Luca Erroi, mi ha fornito questa notte in risposta ad una mia ennesima richiesta, fatta questa volta a Luca, di notizie sullo stato di salute della suocera da tempo malata. Non avendo saputo nulla, nè io nè mia madre a cui la Baronessa Comi era legatissima, nè mia sorella Caterina, cognata del fratello, il Barone Angelo Comi, abbiamo partecipato, con nostro sommo dispiacere, alle esequie.
Una vera signora, la Signora Comi, che ha contribuito ad influenzare, con la sua familiare eleganza, mai costruita, l'inconfondibile profilo, i miei 18 e 19 anni trascorsi ad Otranto, quando villeggiavo ospite del fratello, Angelo con la moglie, Iole Vaglio, signora di indole opposta, dal cuore di pietra pur tuttavia con me insolitamente affettuosa, cognati di mia sorella Caterina, e al seguito i figli, Nicola (allora decenne e poi undicenne) e la sorella, Paola.
Rammento, nitidissima, l'Alfa Romeo 1750 berlina di colore beige, dello "zio" Angelo - allora usava chiamare così le persone di almeno una generazione più grandi, con un rispetto che oggi è sparito per colpa dei genitori democratici contemporanei - un'auto di cui, da Alfista sfrenato, ero e sono perdutamente innamorato tant'è che ancora oggi un'altra smagliante 1750 è parcheggiata di diritto sulla tastiera del PC nel mio studio.
Quella di zio Angelo era la stessa 1750, a parte il colore diverso, blu notte, che aveva come auto di rappresentanza la Poliresine, l'industria di famiglia fondata e condotta dal Signor Antonio Longo e da papà.
L'unica cosa che non avevo condiviso, era stata la scelta piovuta sulle due 1750, a mio avviso come un imperdonabile affronto, compiuta sia da zio Angelo che dal Signor Longo e da papà, di montare nel portabagagli l'impianto a gas, per me un'offesa a quell'auto dal ruggito del motore inconfondibile.
E così per me era una gioia, vivevo grandi emozioni ogni volta che papà o il Signor Longo mi portavano con quell'auto blu dal destino infausto perchè, dopo qualche mese dall'acquisto, fu rubata a Busto Arsizio nel parcheggio dell'albergo dove papà alloggiava abitualmente quando si recava all'Amut di Novara, affermata Casa di estrusori per tubi di Pvc fornitrice della Poliresine.
Associo le due Alfa perchè nell'una e nell'altra provavo le stesse emozioni, in contesti diversissimi, l'uno di una aristocrazia estiva celestiale, l'altro di una borghesia industriale e industriosa di infaticabili e puntuali operatori che rifuggivano dai riflettori, accomunati entrambi dagli stessi valori morali che celebrano il sacro rispetto verso gli altri nella vita di relazione, nel far di conto come negli affetti, nel Lavoro, nell'Amicizia, nella Famiglia, nell'Amore,nella Scuola.
Sono loro che hanno contribuito a spiegarmi con lo stesso approccio di mia madre, senza farmi pesare il loro saper essere, la Socialità che è "possedere se stessi e dare agli altri con misurato equilibrio", senza eccessi perchè gli eccessi sono patrimonio immateriale e materiale degli arricchiti, nè finzioni perchè le finzioni sono le mele di Eva che abbagliano e stordiscono confondendoci e inducendoci in errore.
Contesti - quelli di cui si va dicendo - che hanno irrorato le mie arterie contribuendo non poco a formare il carattere.
Con zio Angelo, ci si recava al mare all'Alimini a bordo di quella leonessa dal ruggito del motore inconfondibile e per me era una gioia grande, ogni volta, poter viaggiare in quel capolavoro del Biscione firmato Bertone.
Sapevo quasi tutto del motore e quel che facevo fatica a capire me lo spiegava mesciu Gigi, alias Cici Lu Pacciu, il mago galatinese, talvolta violento, dei meccanici Alfa, che regnava sui motori operando nella sua officina di piazza della stazione.
Proprio l'altro giorno è accaduto che la bravissima signora Daniela De Pascalis, dell'edicola della galatinese piazza Alighieri che fronteggia la "Lampada senza Luce" del Martinez, sono scoppiato a piangere quando la signora mi ha consegnato la 1750 della Collana "Le inconfondibili Auto di Papà", provocando involontariamente lo sbigottimento della signora che si sarà chiesta se non fosse stato il caso che mi consegnassi ad una Casa di Riposo o ad un centro di cura per malati di mente.
La verità è che è accaduto che si sia sprigionato in me un fiume di ricordi e dai ricordi per una manciata di minuti sono stato travolto.
Il profilo di papà, del Signor Longo, di zio Angelo, della Signora Franca. Persone che non rivedrò mai più. Un vuoto immenso.
Agli Alimini le famiglie dei due fratelli, Angelo e Franca, si ritrovavano per ricongiungersi ogni mattina d'agosto, e così ogni mattina i loro cuori dorati si confondevano con il dorato della sabbia idruntina carezzati quando dallo zefiro, quando dallo scirocco, quando dalla tramontana, in un tripudio di signorilità gentilizia, quello dei fratelli Comi, che li promuoveva a pieni voti nei comportamenti quotidiani, ogni giorno di più, Baroni dell'Anima in un mondo difficile.
Di tanto in tanto accadeva che zio Angelo ci portasse a Martano in casa Abati dove la signora Franca sapeva deliziare il nostro palato sfornando torte passate alla Storia del gusto per la loro genuinità e delicatezza, torte condite non con la panna, non con le ciliegie ma con quel timbro di voce inconfondibile, molto più delicato della panna e delle ciliegie, pastoso di una pastosità inimitabile che rendevano la Baronessa Franca Comi e il Barone Angelo Comi un unicum nello zoo degli aristocratici latifondisti di Terra d'Otranto alcuni di loro, dotati di un cervello costruito con la pietra di Cursi, assediati da un coccodrillo che prevale volentieri sul cavallo, capaci - come dico - di passare sul cadavere degli altri, dai loro lavoratori trattati nei secoli scorsi come schiavi mentre i versi dell'ermetismo di fine Ottocento di Girolamo Comi ci facevano capire che, nonostante tutto, pensava ed agiva nel Salento anche un'altra Aristocrazia, alle loro madri, quando erano in gioco gli interessi.
Conosco diversi di codesti esemplari. Tutto questo accadeva e accade nei salotti dell'alta società salentina laddove i Signori Comi non permettevano ai loro figli, Nicola, Paola, Lina, Giusi, Ornella, di importunare neanche le mosche.
Molti anni dopo avrei frequentato la famiglia Abati. Nell'ultimo decennio non ci siamo visti più se non sporadicamente e casualmente in occasioni pubbliche o in feste private.
La Signora Franca anche dopo ha continuato a riservarmi quel materno affetto, quella tenerezza del sorriso che aveva i connotati dello zucchero.
Orbene, 'Signori si nasce' dico io - non pensate? - e, solo se si nasce, si rimane per sempre.
Al ritorno dal mare ci ricongiungevamo con il consorte, il Signor Tommaso, uomo dall'indole opposta a quella della consorte e con le figliole, bellissime, Lina, Giusi e Ornella in un sodalizio carico di bonomìa e di fraterna amicizia in grado di resistere alle contrarietà della vita, allo stridore degli opposti interessi, alle rigidità e angustie del carattere, che sovente ammorba e avvilisce spegnendole, le relazioni sociali.
Grazie, mio Dio, per esserti privato, per un certo tempo, di uno dei tuoi Angeli e per averlo inviato sulla Terra a dare un esempio inimitabile di Sapere, Saper Fare, Saper Essere. Era tutto questo la Signora Comi, sapeva essere. Era una signora. Era una Baronessa vera. Era un Angelo.