Tornavamo a casa con le ginocchia insanguinate e di solito con qualche scarpa rotta. Arrivati a casa poi, c'era da affrontare l'ira di solito della mamma, per aver fatto come sempre tardi o per non aver imparato la poesia o finito i compiti, insomma per aver trascurato lo studio, inseguendo il pallone.
Non furono poche le volte che, dopo aver ascoltato tutta una serie di rimproveri e la minaccia di svariate punizioni, timidamente risposi: abbiamo vinto.
Era l'unica cosa che in quel momento mi importava. Ogni pomeriggio c'era sempre qualche sfida col pallone. Si facevano le squadre, i più bravi venivano scelti subito i meno bravi a scalare sino alla fine. Correvamo dietro a un pallone sgonfio, litigavamo per un goal vero o falso. E alla fine dopo animate discussioni si faceva largo la vocina in fondo di un “calciatore” che approfittando della pausa era a fare la pipì poco distante: chi segna vince.
A volte continuavamo a giocare con la luce di qualche lampione se c'era, o con la luce di una luna piena anche lei come noi, molto più giovane. Poi buonanotte e tutti a casa alcuni allegri altri un po' meno.
Di solito il fischio finale era dato dalla mamma di qualcuno che affacciata dal balcone o dalla finestra, faceva attraversare il campo da una infinità di rimproveri tutti già sentiti. Giocavamo su campetti di fortuna, le porte erano delimitate da due sassi scelti tra i più grossi, che con fatica trascinavamo nei punti che avevamo già segnato. La traversa era immaginaria e il più delle volte era oggetto di interminabili discussioni qualche volta accompagnate da qualche spintone. Per alcuni era goal netto, per altri il pallone aveva colpito la traversa immaginaria, per altri il pallone era rimbalzato sul cielo e tornato in campo.
Poi si raggiungeva l'accordo e ritornavamo amici per la pelle.
A volte scoppiava all'improvviso un temporale ma noi eravamo sempre là in mezzo al campo a sfidare la pioggia e anche il raffreddore. Eravamo là in campo come i “grandi calciatori” come Omar Sivori o come Josè Altafini.
Poi ti svegli una mattina e ti accorgi che in mezzo a quel campo di fortuna, c'è gente che prende misure e subito pensi che forse costruiranno un “campo vero”. Invece no, comincia un via vai di camion e spuntano gru che arrivano al cielo.
Del campo non resta più niente, solo catrame e cemento. Fuori da quel palazzo di tre piani, resta solo la linea del fallo laterale destro e il segno da cui battere il calcio d'angolo. La sera poi eravamo tutti al solito posto, sotto quel lampione all'angolo su un sedile improvvisato a programmare nuove sfide, nuove rivincite, eravamo là a parlare delle nostre passioni. E tra un pallone e una pallonata, non c'eravamo mica accorti che il tempo volava e volava via portandosi dietro il tempo migliore.
Fu così che si cominciò a giocare sempre meno, ci si trovava sempre meno, ci divertivamo sempre meno. Avevamo inventato altri campi per giocare ma c'eravamo persi noi. Lentamente e tristemente avevamo perso la voglia, cominciavamo a correre dietro i primi problemi, non avevamo più tempo.
Eravamo in tanti, eravamo sempre quelli, cresciuti insieme, studiato insieme, c'eravamo divisi le caramelle mou, i pesciolini di liquirizia e la 'cazzosa', ma tra tutti i tanti che eravamo, nessuno ricorda più l'ultima partita di pallone insieme.
"C'eravamo divisi le caramelle mou, i pesciolini di liquirizia e la 'cazzosa'"